La candidatura di Ravenna, uno strumento di confronto e condivisione

Nel 2007 Ravenna ha deciso di candidarsi al titolo di Capitale Europea della Cultura per il 2019. Da allora sono passati ormai nove anni e la città non è più la stessa. Certo, l’ambito traguardo non è stato raggiunto, ma nonostante le aspettative deluse e i “te l’avevo detto” di alcune voci cittadine Ravenna è uscita dalla competizione con un volto rinnovato, carica di nuove esperienze.

Che cosa ha spinto una città di provincia e geograficamente isolata a intraprendere una sfida così ambiziosa? Anzitutto Ravenna è, per sua natura, ambiziosa. Non è da tutti l’aver rivestito per ben tre volte il ruolo di capitale di un impero e ospitare alcuni dei monumenti paleocristiani più importanti al mondo.

Mosaici bizantini, ma non solo. Quando ho iniziato a frequentarla per lavoro, nel 2012, mi è parso subito chiaro che fra le varie anime della città, alcune si sentissero troppo strette nei loro panni. Il fermento culturale che da anni la attraversava e che ha dato vita a realtà come Scrittura Festival, Beaches Brew e Subsidenze, non poteva che esprimersi in un’esigenza di cambiamento: la candidatura sembrava fatta apposta per tradurla in realtà.

E proprio queste realtà emergenti si sono innestate nel dossier di candidatura presentato alla commissione europea, un’analisi esauriente delle potenzialità reali e inespresse della città, e un bacino di idee e soluzioni messe in campo dai ravennati, per i ravennati. Se esiste un luogo che incarna lo spirito del dossier, quello è la Darsena di città, un ex scalo portuale punteggiato di capannoni dismessi che ha tutte le carte in regola per trasformarsi nel nuovo polo culturale e turistico della città.

C’era da aspettarselo: il percorso non è stato del tutto indolore. Se la candidatura si è dimostrata un valido strumento di coesione sociale, a partire dal suo approccio condiviso e dai processi bottom-up generati, al contempo ha suscitato numerose polemiche e critiche nei confronti delle istituzioni promotrici. Quando un’intera città si mette in ballo, non tutti hanno voglia di cambiare e non tutti ne condividono le modalità. La candidatura ha avuto però il merito di spingere Ravenna verso un punto di rottura e una presa di coscienza della sua identità mai così lucida in precedenza.

La vittoria di Matera non è stata una fine. A poco più di un anno da quell’ottobre del 2014, la città ha fatto qualche piccolo passo avanti; la speranza di chi, come me, ha dato il suo contributo al progetto è che le idee del dossier non restino solo carta, ma si trasformino in azioni concrete per il necessario sviluppo turistico, culturale ed economico della città.

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