L’Italia è attraversata da migliaia di chilometri di percorsi storici: vie di pellegrinaggio medievali, tracciati romani, sentieri francescani e benedettini che collegano borghi, pievi e città d’arte. Per secoli questi cammini sono stati infrastrutture vive, usate da mercanti, pellegrini e viaggiatori. Poi, con la modernità, sono diventati quasi invisibili. Oggi tornano al centro della scena, questa volta non per necessità ma per scelta: il Ministero del Turismo li ha inseriti tra gli asset strategici del Piano Strategico del Turismo 2023-2027, riconoscendo nel turismo lento una risposta concreta all’overtourism, alla stagionalità e allo spopolamento delle aree interne.

Non si tratta di una scommessa campata in aria. Il 2025 ha registrato record storici per il turismo italiano: 146,3 milioni di arrivi, 479,3 milioni di presenze, una spesa straniera di 62 miliardi di euro. In questo quadro, il segmento extralberghiero — bed and breakfast, agriturismi, piccole strutture rurali — è cresciuto del 6,5%, il doppio rispetto all’alberghiero tradizionale. Il profilo del “turista lento” spende mediamente 930 euro a viaggio, prenota con anticipo e cerca esperienze autentiche lontane dai circuiti di massa. I cammini intercettano esattamente questa domanda.

Un piano che cambia la grammatica del turismo italiano

Il Piano Strategico del Turismo 2023-2027 non è un documento di intenti: è un’architettura di governance che coinvolge Ministero, Regioni, Comuni e operatori privati in modo coordinato. Per la prima volta esiste un tavolo interministeriale che affronta il turismo in modo trasversale, collegandolo a trasporti, ambiente e cultura. I fondi del PNRR — 2,4 miliardi per la componente “Turismo 4.0” — alimentano questo sistema, con l’obiettivo di modernizzare l’offerta e colmare il divario tra le grandi destinazioni urbane e i territori interni.
Questo approccio integrato è esattamente ciò di cui i cammini hanno bisogno. Un percorso che attraversa tre regioni e cinque province non può essere gestito da un singolo Comune: richiede governance condivisa, segnaletica uniforme, standard di accoglienza omogenei, promozione coordinata. Il piano prova a costruire tutto questo, anche se — come vedremo — con risultati ancora parziali.

La Legge 24/2026: un quadro normativo finalmente organico

Il 13 febbraio 2026 è stata approvata la Legge n. 24, il primo testo normativo italiano che definisce in modo organico la promozione e valorizzazione dei cammini e delle forme di mobilità dolce. La legge istituisce una Banca Dati Nazionale dei Cammini presso il Ministero, con mappe interattive, informazioni sulle tappe, georeferenziazione e dati sui servizi di emergenza. L’inclusione nell’archivio non è automatica: ogni percorso deve rispettare criteri precisi, tra cui la percentuale massima di asfalto (40%), la presenza di servizi entro 5 km dalle tappe e l’obbligo di un organo di gestione responsabile della manutenzione.
Una cabina di regia nazionale, presieduta dal Ministro del Turismo, coordina Regioni ed enti locali per garantire uniformità di segnaletica e continuità dell’esperienza lungo tutto il percorso. Vengono stanziati cinque milioni di euro per il triennio 2026-2028 per la promozione, mentre la struttura burocratica del sistema opera in regime di “neutralità finanziaria”, attingendo alle risorse già disponibili a legislazione vigente.
Ed è qui che emerge la prima criticità. Cinque milioni di euro per tre anni, distribuiti su 30.000 chilometri di rete censita e 113 percorsi religiosi già catalogati, sono una cifra modesta. Il rischio è che i fondi si concentrino sui cammini già noti — Via Francigena, Cammino di Santiago, Cammino di Sant’Antonio — lasciando ai margini i percorsi minori, spesso quelli più preziosi per la rigenerazione dei borghi più fragili.

I cammini religiosi e il Giubileo 2025: un’occasione con qualche ombra

Il Fondo per i Cammini Religiosi, alimentato con circa 19,5 milioni di euro complessivi, ha rappresentato la punta di diamante della strategia ministeriale in vista del Giubileo 2025. Al 31 maggio 2024 il 95% delle risorse era già impegnato, con 40 progetti avviati per un investimento totale di oltre 21 milioni, grazie al cofinanziamento dei beneficiari. I risultati concreti sono stati il recupero di immobili pubblici lungo i percorsi trasformati in ostelli e info-point, il miglioramento della segnaletica, l’abbattimento di barriere architettoniche e l’installazione di infrastrutture digitali.
Tuttavia, “risorse impegnate” non equivale a “lavori completati”. Nella pianificazione pubblica italiana, l’impegno di spesa e la realizzazione effettiva dei cantieri spesso non coincidono nei tempi. Diversi interventi previsti per il Giubileo hanno subito ritardi, e l’obiettivo di una rete di cammini pienamente percorribile e sicura entro il 2025 è stato raggiunto solo parzialmente. La dipendenza dal PNRR introduce un ulteriore elemento di pressione: le scadenze europee per la rendicontazione sono vincolanti, e i ritardi amministrativi nelle procedure di gara e collaudo rappresentano un rischio reale per la tenuta degli investimenti.

Il Tourism Digital Hub: la rivoluzione è promessa, non ancora compiuta

Il Tourism Digital Hub (TDH) è la piattaforma digitale nazionale costruita con fondi PNRR per connettere turisti, operatori e destinazioni in un unico ecosistema. Per i cammini, le funzionalità previste sono ambiziose: itinerari personalizzati generati con intelligenza artificiale, wallet digitale per raccogliere prenotazioni e documenti, persino un sistema di fidelizzazione basato su badge in formato NFT per i camminatori che completano determinate tratte.
Per gli operatori — hotel, B&B, agriturismi, guide — l’accreditamento al TDH garantisce visibilità internazionale, traduzione automatica in 9 lingue e un titolo preferenziale nei bandi ministeriali. L’accesso è aperto alle imprese con codici ATECO nei settori ricettivo (55), della ristorazione (56) e delle agenzie di viaggio (79). Per chi opera lungo i cammini, aderire al TDH non è più un’opzione ma una necessità competitiva.
Anche qui, però, è necessario uno sguardo critico. La piattaforma è ancora in fase di implementazione e la sua efficacia reale dipenderà dalla qualità e dall’aggiornamento costante dei dati inseriti dagli operatori locali. Senza una forte spinta alla digitalizzazione delle piccole realtà rurali — spesso prive di risorse umane e tecniche per gestire profili online — il TDH rischia di replicare, in formato digitale, lo squilibrio già esistente tra grandi strutture e piccoli operatori.

Il Veneto e il Polesine: un laboratorio a cielo aperto

La Regione Veneto si è dotata, con la Legge Regionale 4/2020, di un Registro dei Cammini Veneti che definisce criteri di riconoscimento e promozione dei percorsi locali. Il registro è stato aggiornato a gennaio 2026 e include itinerari di rilevanza internazionale come la Via Romea Germanica e il Cammino di Sant’Antonio.
Il territorio rodigino e il Delta del Po sono al centro di investimenti significativi. Il Fondo Unico Nazionale per il Turismo ha cofinanziato la costruzione di una passerella ciclopedonale sul Po di Levante per oltre 1,5 milioni di euro, che collega le ciclovie VEnTO e Adriatica, migliorando l’interconnessione tra la rete del Polesine e il sistema nazionale. Un bando regionale 2025-2026 ha stanziato 450.000 euro per la manutenzione e la promozione dei cammini iscritti al registro, con scadenza per la presentazione delle domande fissata al 31 marzo 2026.
Questo territorio, ancora poco conosciuto al grande pubblico, ha tutte le caratteristiche per diventare una destinazione di turismo lento di riferimento: paesaggi d’acqua unici, prodotti DOP e IGP, borghi con un patrimonio artistico autentico e non inflazionato. La sfida è trasformare le risorse potenziali in un prodotto turistico strutturato, accessibile e raccontato con efficacia.

I nodi critici che il piano non risolve

Il Piano Strategico del Turismo 2023-2027 è il documento di pianificazione più ambizioso che il settore abbia mai avuto. Eppure alcune contraddizioni strutturali restano aperte.
La prima riguarda la governance. La cabina di regia nazionale e i tavoli interministeriali sono strumenti necessari, ma la frammentazione degli interessi tra Stato, Regioni, Province e Comuni è un problema politico prima ancora che tecnico. La storia recente dei cammini italiani è piena di sentieri segnalati e poi abbandonati, di app scaricate e poi non aggiornate, di ostelli riqualificati con fondi pubblici che dopo pochi anni tornano al degrado per mancanza di gestione.
La seconda criticità riguarda la manutenzione ordinaria, quella che non fa notizia e non genera inaugurazioni. I fondi finora disponibili sono stati orientati prevalentemente agli interventi straordinari — costruire, recuperare, digitalizzare. Ma un cammino funziona se è sicuro 365 giorni l’anno, e questo richiede risorse continuative e personale dedicato che i piccoli Comuni attraversati dai percorsi quasi sempre non hanno.
La terza questione riguarda l’accessibilità. La legge 24/2026 la cita come priorità e il CAI collabora attivamente per rendere alcuni tratti fruibili a persone con mobilità ridotta. Ma la realtà della maggior parte dei cammini italiani — fondi sconnessi, dislivelli importanti, assenza di servizi igienici accessibili — è ancora molto distante dall’obiettivo. Senza investimenti dedicati e verifiche sul campo, l’accessibilità rischia di restare un principio enunciato piuttosto che una pratica diffusa.

Cosa significa tutto questo per chi opera nel turismo

Per un operatore ricettivo, un agriturismo, un Comune o un’associazione culturale che si trova lungo uno dei cammini italiani, il momento attuale offre opportunità concrete che non esistevano cinque anni fa: bandi accessibili, visibilità garantita da una piattaforma nazionale, un mercato in crescita con profili di spesa significativi. Ma queste opportunità si colgono solo se ci si attrezza per farlo: aderendo al Tourism Digital Hub, adeguando l’offerta agli standard richiesti, costruendo narrazioni che parlino al viaggiatore internazionale.
La politica ha finalmente costruito un’impalcatura. Sta agli operatori decidere cosa costruirci sopra.

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